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Depressione ed infiammazione

La depressione è una patologia che in alcuni casi può assumere aspetti e caratteristiche tali da divenire devastante per la vita di coloro che ne sono colpiti.

Essa affligge milioni di persone in tutto il mondo ed è accompagnata da sentimenti di tristezza, disperazione, apatia e stanchezza.

Nonostante i numerosi farmaci e trattamenti antidepressivi, oltre un terzo dei pazienti risponde scarsamente alle cure. Questo elemento ha costretto i medici a essere più “creativi” nell’individuazione dei diversi trattamenti per questa condizione clinica.

Negli ultimi due decenni, i ricercatori hanno potuto, attraverso diversi studi, legare la depressione ad una condizione apparentemente non correlata: l’infiammazione, cioè la risposta naturale del corpo allo stress. E’ stato infatti dimostrato che la risposta infiammatoria potrebbe derivare, oltre che da lesioni o infezioni, anche da problemi di natura emotiva, come un matrimonio infelice o problemi sul lavoro.

Un basso livello di infiammazione può avere effetti benefici, allorquando determina un aumento della produzione di citochine, molecole che intervengono nella modulazione di meccanismi immunitari ed endocrini, aiutandoci a guarire ed a  proteggerci dagli effetti del sovraffaticamento, del “surmenage” e dello stress. Quando, invece, i livelli di citochine circolanti diventano eccessivi ed i processi dell’infiammazione divengono troppo iperattivi, ciò potrebbe cominciare ad avere un costo troppo elevato.

Un certo numero di studi suggeriscono che elevati livelli di citochine potrebbero contribuire alla genesi della depressione. Alcune ricerche, condotte negli ultimi anni, indicano anche che farmaci anti-infiammatori potrebbero essere in grado di ridurre i livelli di citochine e aiutare le persone ad uscire fuori dalla depressione.

Sebbene questi studi sembrino promettenti, individuare corretti trattamenti che possano andare in questa direzione, tuttavia, non sarà facile.

Solo una piccola percentuale (circa il 20-30%) dei soggetti affetti da una patologia depressiva mostra chiari segni e sintomi dell’attivazione di processi pro-infiammatori, laddove la percentuale di persone che rispondono poco e male al trattamento può arrivare (secondo i vari studi) dal 20 %, fino a punte del 45 %.
Allo stato attuale delle conoscenze non vi sono linee-guida che possano aiutare i clinici a prendere delle opportune decisioni nei trattamenti.

Occorrerà ancora studiare per capire quali sono i soggetti in questione e di cosa hanno esattamente bisogno, sapendo che nei  pazienti depressi che non hanno elevati livelli di infiammazione il trattamento con farmaci anti-infiammatori potrebbe essere dannoso.

Per molti anni, i medici hanno ritenuto che l’insorgenza della depressione potesse indebolire il sistema immunitario rendendo più difficile per le persone combattere le infezioni e potersi riprendere dai postumi di un infortunio.

Tuttavia, circa vent’anni fa, i ricercatori hanno cominciato a notare che i livelli di citochine e cellule T, (che migliorano e rendono più efficaci le risposte immunitarie) nei soggetti affetti da depressione, piuttosto che essere ridotti, apparivano invece aumentati.

A partire da questi studi la correlazione tra i fenomeni dell’infiammazione e la depressione si è rivelata essere ancora più forte.

Quando soggetti affetti da epatite cronica di tipo C oppure da forme di cancro della pelle vengono posti in trattamento con interferone, spesso si assiste all’esordio di condizioni depressive.

L’esatta fenomenologia alla base di questi meccanismi non era ben nota, questi studi più recenti sono in grado di gettare nuova luce su questi fenomeni.

In numerosi studi è stato rilevato che i soggetti sani, che producono livelli di citochine superiori alla media, hanno una più elevata probabilità di sviluppare patologie dello spettro depressivo nelle fasi più avanzate della vita.

 

Ma come fa l’infiammazione cronica a colpire il nostro cervello?

Fino a non molto tempo fa si riteneva che numerose molecole e farmaci non potessero giungere al cervello a causa della presenza della cosiddetta barriera emato encefalica (B.E.E.), una particolare struttura funzionale in grado di impedire a sostanze potenzialmente tossiche, presenti nel torrente sanguigno, di danneggiare un organo così importante.

Oggi sappiamo che proprio per l’azione di molecole come l’interferone si possa modificare la permeabilità della Barriera Emato Encefalica.

E’ stato recentemente condotto uno studio su soggetti affetti da una patologia di tipo autoimmunitario, il Lupus Eritematoso Sistemico (LES). Questi pazienti, comunemente, sono colpiti da una serie di patologie neuropsichiatriche, come ansia, depressione, cefalea, e talvolta anche fenomeni di tipo psicotico.

Le cause sottostanti l’insorgere di tali patologie non erano note e per molto tempo non fu nemmeno chiaro che esse fossero strettamente connesse con il LES.

Studi recenti hanno rilevato che, in questi casi, i Leucociti circolanti (globuli bianchi) rilasciano Interferone alfa-1 in quantità tali da determinare un aumento della permeabilità della BEE, ciò consente a citochine circolanti di agire sul cervello danneggiandone vari tipi cellulari in diverse aree.

Nel cervello, le citochine sono in grado di interrompere la produzione e il rilascio di  diversi neurotrasmettitori importanti, tra cui la serotonina, la dopamina ed il glutammato, che sono coinvolti nella regolazione e nel controllo delle emozioni,  dell’appetito, del ritmo sonno-veglia e nelle capacità di apprendimento e memoria.
Si pensa che  proprio una disregolazione dell’attività della serotonina nel cervello  possa causare la depressione. Difatti, la maggior parte degli antidepressivi aumentano l’attività di circuiti neurotrasmettitoriali di tipo serotoninergico.

Si tratta di uno dei primi studi che ci consente di cogliere la relazione tra fenomeni infiammatori e patologie neuropsichiatriche, occorreranno ulteriori ricerche per conoscere a fondo tali meccanismi e poter creare nuovi strumenti terapeutici. Probabilmente sarà possibile tra alcuni anni discriminare tra soggetti depressi con infiammazione e soggetti senza l’attivazione di fenomeni pro-infiammatori. Ciò potrà consentire quella personalizzazione delle cure che va sotto il nome di “Psichiatria di precisione”

 

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