Ansia Diagnosi e terapia

La diagnosi e’ forse la parte piu’ difficile nell’ambito della pratica medica. Per la diagnosi di patologie organiche, oggi il medico può avvalersi del supporto di una serie di sofisticate tecniche di diagnostica: esami di laboratorio, radiologia, indagini per immagini, ecografia, endoscopia, tomografia assiale computerizzata, risonanza magnetica.

Per quanto riguarda ansia e depressione il compito è più difficile, purtroppo si sa molto poco sulla biologia di queste patologie, in base alla mia conoscenza, “non esiste” una tecnica di diagnostica, di esami di laboratorio, che può essere usata per la diagnosi di patologie come ansia e depressione.

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Prima dell’avvento degli psicofarmaci i pazienti che soffrivano di ansia e depressione si rivolgevano a Psicologi o Psichiatri, e la base per la diagnosi e la terapia di queste patologie era il “dialogo” tra docente e paziente. Io credo che ancora oggi la base per una corretta diagnosi ed una efficace terapia per patologie come ansia e depressione, dovrebbe essere IL DIALOGO tra paziente e psichiatra. La scuola di psicoterapia, a mio parere, piu’ efficace e di grande attualita’ e’ la psicoterapia COGNITIVO COMPORTAMENTALE.

Questo tipo di terapia consiste di una componente COMPORTAMENTALE. Il paziente con l’aiuto del o della terapista cerca di individuare e modificare la relazione tra certi comportamenti negativi legati ad un tipo di reazioni inappropriate, normalmente usate per affrontare determinati stimoli o situazioni derivanti dall’ambiente. Reazioni “errate” che possono generare sintomi come paure, insicurezze, ansia, depressione.

Nella componente COGNITIVA, il terapista aiuta il paziente ad identificare forme di pensiero negativi, che di norma è abituato ad accettare come validi, sempre nell’ambito di stimoli che riceve dall’ambiente, ma che in realtà contribuiscono a creare un quadro anomalo o irreale, nella sua vita di tutti i giorni, e che possono essere causa di ansia o depressione. In base alle mie esperienze ed ai miei studi credo che questi tipo di psicoterapia ha il potenziale di rivoluzionare i metodi di diagnosi e terapia per patologie come ansia e depressione.

La terapia di tipo cognitivo comportamentale non comporta tempi lunghi, in genere si parla di “mesi” e non di anni, ma naturalmente comporta dei “costi” che non tutti possono permettersi.

Quindi, torno a ripetere che sarebbe auspicabile la creazione di strutture pubbliche per la pratica di questo tipo di psicoterapia, che io reputo di fondamentale importanza sia in fase di “prevenzione” che per la cura di pazienti sofferenti di patologie come ansia e depressione. Io sono convinto che in molti casi il trattamento di psicoterapia, nei casi lievi o moderati di ansia e depressione, possa essere risolutivo, ed escludere l’impiego di psicofarmaci.

Mentre nei casi di forti stati d’ansia o depressione maggiore, specialmente nelle fase iniziali della patologia, vi e’ la necessita’ ricorrere all’aiuto di un “mirato” supporto farmacologico. Purtroppo nel mio caso, IL DIALOGO, il sostegno di psicoterapia, sono state, fin dall’inizio, completamente assenti.

Nel dicembre dell’87 mi recai da un internista, avevo un forte stato d’ansia, mi fu detto che ero depresso e mi furono prescritti dei farmaci. (durata del colloquio 10 minuti!!) A parte i problemi sul lavoro gia’ descritti, un`altra causa scatenante del mio stato d’ansia era stata un ematuria, relativa paura di un tumore.

Le cause non furono accertate con la necessaria sollecitudine, e l’ansia aumento’. Forse un ricovero in un reparto di urologia avrebbe rivelato la diagnosi, scoperta troppo piu’ tardi di una infezione delle vie spermatiche, e forse l’ansia sarebbe tornata a livelli accettabili?? Non lo so.

Penso che il mio “equilibrio” era gia` compromesso  prima dell`ematuria.Io non sapevo cosa mi stava succedendo, non sapevo cosa fossero ansia e depressione, quale fosse la ragione della mia sofferenza.

Non mi fu spiegata la insolita natura della prescrizione che parlava di un trattamento di 6 mesi, (forse un ansiolitico, non ricordo la molecola, non sapevo cosa fossero gli psicofarmaci), io ero abituato a prescrizioni che indicavano i classici 7 giorni di antibiotico….. Per non parlare degli effetti collaterali descritti nel foglio illustrativo che erano a dir poco sconcertanti, per un “novizio” nell’uso di psicofarmaci.

Il docente non spreco’ neanche una parola per spiegarmi le ragioni del mio stato, le caratteristiche della malattia, emise solo la sentenza lei è depresso!!

Comunque, anche in occasione dei due ricoveri, in cliniche private psichiatriche, che ho citato in precedenza, sia i “professori” che gli assistenti psichiatri sono stati avari nel dialogo, non indagarono sulla mia vita, gli eventuali conflitti, frustrazioni, vissuti nell’ambito del lavoro della sfera affettiva, etc. Il dialogo si limitava ad una iniziale descrizione dei sintomi da parte mia e l’inizio di una terapia farmacologica.

Ogni giorno mi domandavano “come sta”, e decidevano, se aumentare le dosi dei farmaci, o di aggiungerne uno nuovo. Nella mia esperienza con alcuni psichiatri, in Italia, ma anche negli USA, poca importanza e’ stata data alla componente psicologica della mia patologia. La mia impressione è che troppo spesso la diagnosi si basava esclusivamente sui “sintomi” che io denunciavo, stanchezza, insonnia, la mancanza di stimoli, di fiducia in me stesso, i classici sintomi della depressione.

Alcune domande su eventuali farmaci assunti in precedenza, e partivano diagnosi di depressione maggiore, o addirittura di depressione bipolare (sindrome maniaco-depressiva) e poi farmaci, farmaci, farmaci. I tempi dei colloqui tra i 15 e 20 minuti!!! Nella mia esperienza, nel mio “caso”la mia patologia,è stata trattata esclusivamente in chiave “FARMACOLOGICA”.

A parte la mia esperienza personale, in questi anni ho studiato, grazie, anche, ad internet, testi di psichiatria, articoli che trattavano il tema della depressione su pubblicazioni scientifiche, siti internet che illustravano la “casistica”, racconti di pazienti sofferenti del mio tipo di patologia, la descrizione di esperienze di vari pazienti sull’uso di determinati psicofarmaci, il costante, quanto spesso “inutile” percorso, o corsa da una farmaco all’altro, nella speranza del “miracolo”, chi ha sofferto di depressione, o i suoi parenti, amici, sa di cosa sto parlando…….

La opinione che ho maturato in tutti questi anni è che la tendenza della Psichiatria contemporanea sia quella di dare molta importanza al fattore biomedico di queste patologie e, forse, poca importanza al fattore psicologico.

Negli USA di fronte ad una depressione si sente spesso parlare di un ”chemical unbalance” (squilibrio di natura biochimico), a mio parere se c’è un ”chemical unbalance:, e si “presume” chi vi sia, deriva, è conseguenza di uno “squilibrio di natura psicologica”, che nella maggior parte dei casi e’ causato da stimoli negativi provenienti dall’ambiente.

Comunque anche la teoria del chemical unbalance, e se esiste, la sua specifica natura, sono teorie complesse e discutibili, perché , come ho gia’ detto, ed in base alle mie conoscenze, non esistono esami di laboratorio che possono provare il fatto che un paziente sofferente di depressione abbia una deficienza o eccesso di determinate sostanze chimiche. (Raccomando la lettura del capitolo conclusivo del libro “Dare la colpa al cervello – la verita` sulla malattia mentale e gli psicofarmaci” dello studioso e ricercatore Dott. Elliott S.Valenstein, sito internet: http://www.oism.info/teoria_prassi/1998_03.htm) Per quanto riguarda gli psicofarmaci che dovrebbero correggere il famoso squilibrio chimico, anche in questo caso siamo di fronte a tesi molto discutibili, per il semplice fatto che non conosciamo il loro meccanismo d’azione. Ad esempio nel caso degli antidepressivi possiamo solo asserire che in ceti casi migliorano i sintomi della depressione piu’ frequentemente rispetto al “placebo”. (Stephen M. Stahl, Psicofarmacologia essenziale).

L’EFFETTO PLACEBO e’ un misurabile e concreto miglioramento della salute di un individuo non attribuibile ad una terapia, ad esempio di tipo farmacologico. Quando ad esempio si vogliono misurare gli effetti terapautici di un nuovo farmaco si somministrano ad un determinato numero di pazienti pillole innocue, come zucchero o fecola di patate, e ad altri pazienti pillole del farmaco in esame. Spesso le pillole “placebo” producono effetti terapautici non molto lontani da quelli del farmaco vero!!
Come questo avvenga non credo che si sa. Io penso che questo effetto sia di natura psicologica, cioe’ il “credere” nell’efficacia della terapia, “l’aspettativa di miglioramento”, forse mette in moto certi meccanismi, a noi sconosciuti, del cervello, e si produce un effetto terapautico. In psichiatria il paziente viene comunemente valutato in base ai sintomi e viene formulata una diagnosi in base a sintomi che sono stati “rigorosamente”, identificati e classificati, presumo, in base alla statistica, per i vari disturbi d’ansia o disturbi dell’umore. Ad esempio, per i disturbi dell’ansia: ansia, fobie, attacchi di panico etc., o per la depressione: depressione maggiore, bipolare, etc.

Per ognuno dei “disturbi” vi è un elenco di 5/6/7 specifici sintomi. Se ad esempio il paziente denuncia 5 o 6 dei sintomi degli 8 che sono stati catalogati come indice di depressione maggiore, la diagnosi è automaticamente di depressione maggiore. Successivamente, nella maggior parte dei casi, si da inizio ad una terapia di tipo farmacologico. Dopo 10/15 giorni, la prassi è che il paziente comunica al docente, come va la terapia, se non ci sono miglioramenti dopo 4/5 settimane, in alcuni casi si aumentano i dosaggi, o, si introduce un farmaco diverso.

Io definirei questo tipo di approccio la “medicalizzazione” dei disturbi mentali, mi spiego, io penso che via sia la tendenza a trattare disturbi che sono imputabili alla componente “psicologica” di un paziente, problemi di natura sociale, interpersonali, in un modo simile a quello comunemente usato per patologie di tipo “organico”: descrizioni dei sintomi, diagnosi, in tempi brevi, e conseguente, il più delle volte, terapia farmacologica. Resta il fatto che mentre per patologie di tipo organico esistono esami di laboratorio, sofisticasti e spesso attendibili, strumenti di diagnostica per giungere ad una diagnosi, per i disturbi mentali, a me sembra, che la psichiatria contemporanea si affidi principalmente a componenti di natura “statistica”.

A questo proposito voglio suggerire la lettura di un dialogo che tratta in parte i temi che ho enunciato: Does pshichiatry have a split personality, ha la psichiatria una personalita’ divisa, doppia? al dialogo partecipano importanti psichiatri Statunitensi, lo troverete sul sito Closer to truth: http://www.pbs.org/kcet/closertotruth/, aperto il sito su “browse by episode” cercate con la freccia l’argomento“does psichiatry have a split personality”, poi sul lato destro della pagina digitate “acrobat format”, e avrete accesso all’intero dialogo, molto interessante (in Inglese).

Naturalmente non voglio mettere in dubbio la validità dei testi di psichiatria, la classificazione dei sintomi indicati per i vari disturbi dell’ansia e della depressione. Mi rendo conto che questi testi, la classificazione dei sintomi, rappresentano un punto di riferimento importante per la diagnosi di queste patologie. La mia perplessità trae origine dal fatto che, nel corso dei miei studi, solo poche volte, ho trovato riferimenti alla psicoterapia cognitivo comportamentale, per la cura di queste patologie. Non ricordo di aver trovato un testo, che a parte i sintomi, facesse riferimento, anche, ad una tecnica professionale di indagine psicologica del paziente, nella fase di diagnosi di patologie come ansia e depressione. ( Molto probabilmente questi testi esistono e io non li conosco). Comunque, ripeto, nella mia esperienza, la mia patologia e’ stata trattata, essenzialmente in chiave farmacologica. Agli inizi della mia malattia, un giovane psichiatra, dopo un colloquio di 15/20 minuti diagnosticò un tipo di depressione bipolare, e mi prescrisse i sali di litio.

Non seguii il consiglio. Si parla di depressione bipolare, o sindrome maniaco-depressiva, quando i sintomi di depressione si associano a periodi in cui il soggetto manifesta sintomi maniacali, (sensazioni di euforia, ottimismo, iperattività, stravaganza, incostanza, irritabilità che può, in casi estremi, trasformarsi in aggressività). Ricordo che in passato, “quando stavo bene”, ero un soggetto allegro, estroverso, ottimista, forse iperattivo, e che forse, a volte, mi piaceva essere al centro dell’attenzione, ma non ho mai sperimentato sensazioni di irritabilità o aggressività. Non credo che la diagnosi del giovane psichiatra fosse corretta. La “mia” diagnosi, in base alle conoscenze che ho acquisito, e’ che la componente iniziale della mia patolgia era un forte stato d’ansia, associata ad alcuni episodi depressivi, (depressione lieve/moderata) Questa diagnosi mi fu confermata da un professore neurologo.

La Clinica nasce a Napoli dalla volontà di un gruppo di professionisti, diretti e coordinati da Vincenzo Barretta e Vittoria Marmorini, allo scopo di fornire uno spazio di prevenzione, di intervento clinico e di formazione rivolto al disagio psicologico ed, in particolare, ai problemi legati alle dipendenze.

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